
TURISMO E BOOKING.COM
Booking: il mostro digitale che strangola il turismo italiano
di Francesco Torellini – UGL Estero
Nel pieno della stagione estiva, le famiglie italiane si trovano di fronte a una realtà sconcertante: hotel inaccessibili, prezzi alle stelle, camere introvabili. Ma dietro l’apparente “legge di mercato” si nasconde un protagonista poco discusso, ma potentissimo: Booking.com.
Dietro la maschera del servizio comodo e globale, si cela una piattaforma predatoria che da anni condiziona — e in molti casi soffoca — il settore alberghiero italiano.
Commissioni che uccidono
Booking trattiene dal 15% al 25% su ogni prenotazione.
L’albergatore incassa meno, il cliente paga di più.
E se l’hotel vuole visibilità? Deve salire di fascia, pagando commissioni ancora più alte.
È un sistema che non crea valore, ma prosciuga risorse dal lavoro altrui.
●Prezzi bloccati, concorrenza truccata
Booking impone la cosiddetta “parity rate”: gli hotel non possono offrire prezzi più bassi sul proprio sito.
Chi sgarra viene retrocesso nelle ricerche, penalizzato da un algoritmo invisibile.
Anche quando si prova a contattare direttamente una struttura, spesso non è possibile ottenere uno sconto: gli albergatori hanno le mani legate.
Un mercato manipolato
I prezzi cambiano ogni ora, si alzano con il numero delle ricerche, variano in base al dispositivo usato.
Quella che sembra concorrenza è in realtà una dinamica speculativa mascherata.
Booking si presenta come intermediario neutrale, ma agisce da monopolista tecnologico.
Proprietà estera, guadagni offshore
Booking.com ha sede ad Amsterdam, nei Paesi Bassi. Ma appartiene al colosso americano Booking Holdings Inc., con base nel Connecticut.
In altre parole: gli hotel sono italiani, i turisti pagano in Italia, ma i profitti finiscono negli Stati Uniti.
Gli utili miliardari generati nel nostro territorio non vengono reinvestiti localmente. Le tasse vengono “ottimizzate” – cioè abbassate legalmente tramite strategie fiscali internazionali.
E l’Italia? La prende in quel posto.
Un turismo ostaggio di un algoritmo
Booking non crea posti di lavoro in Italia, non investe nella formazione turistica, non valorizza il territorio.
Eppure decide chi lavora, chi ha visibilità, chi sparisce dai radar.
I piccoli hotel, i B&B, gli agriturismi? Costretti a sottomettersi. Costretti a vendersi attraverso un colosso che detta le regole e impone percentuali.
Serve una risposta politica
L’Italia è una potenza turistica.
Non possiamo accettare che il nostro sistema ricettivo sia gestito da una piattaforma straniera che impone logiche di profitto a danno dell’economia reale.
Occorre:
Limitare per legge le commissioni
Garantire libertà di prezzo agli albergatori
Incentivare piattaforme pubbliche o consorziate
Booking non è il turismo.
Booking è un sistema estrattivo che sfrutta il lavoro italiano senza restituire nulla.
Basta silenzio.
Servono regole. Servono alternative.
Serve soprattutto la consapevolezza che un algoritmo non può decidere il futuro di un settore strategico del Paese.
E qui arriva il punto più amaro: come sempre, la politica italiana tace.
Una classe dirigente che si piega a Bruxelles, che applaude i fondi esteri, ma che non alza mai la voce quando si tratta di difendere gli interessi degli italiani.
Quando c’è da proteggere i lavoratori, le imprese locali, le famiglie, si girano dall’altra parte o si nascondono dietro la retorica del mercato libero.
Ma non c’è nulla di libero in un sistema dove un gigante straniero decide quanto deve guadagnare un piccolo albergatore calabrese o veneto.
È solo sottomissione digitale, legalizzata dal disinteresse politico.
Francesco Torellini
Responsabile UGL Estero.