
Ogni tanto qualcuno si sveglia e tenta di parlare di legalità. Allora sceglie il nome di una o più vittime dello stato, uno a caso, magari Giovanni Falcone o Paolo Borsellino (i più gettonati). In alternativa può usare le parole mafia o legalità. Poi crea un’associazione che deve avere un atto costitutivo ed uno statuto e il gioco è fatto. Vanno bene anche le fondazioni o altri enti similari. L’importante è iscriversi all’albo dei comuni e, ad oggi,sono più di duemila ad averlo già fatto. E visto che al banchetto dell’elargizione dei soldi pubblici, in questo settore, sono seduti in tanti, è facile aggiungere qualche posto a tavola.Ci sono stati casi noti in Italia di persone, politici o associazioni che addirittura organizzavano eventi sulla legalità con tanto di premi e pergamena che erano considerate pubblicamente dei “paladini dell’antimafia” e che in seguito sono state condannate per reati di mafia o corruzione legata ad essa. Questi casi, spesso definiti dai media come esempi di “finta antimafia” o “antimafia di facciata”, evidenziano come alcune figure abbiano utilizzato la retorica dell’antimafia per costruire un’immagine pubblica rispettabile e, allo stesso tempo, portare avanti attività illecite o colluse con la mafia, per anni si presentano come paladini dell’antimafia e dell’anticorruzione, per poi essere condannato per associazione a delinquere e corruzione.
Casi che mostrano come la retorica antimafia possa essere falsamente usata come strumento di trasparenza.
In un contesto siciliano segnato da mafia e omertà, la sfida resta distinguere tra simboli costruiti per consenso elettorale e reali percorsi di legalità.
A nulla serve volere la legalità, la trasparenza, la moralità, il bene della comunità, se non si ha il coraggio di agire coerentemente.
Il coraggio è forse la dote che più di ogni altra ,serve ha chi oggi voglia spendere energie e impegno nella politica a servizio dei cittadini.
Onore a chi ha combattuto con coraggio, con lealtà ed è morto per la legalità.
Di Salvatore Albelice