Le fiamme imperversano in Brasile, Venezuela e Bolivia.

Le politiche di deforestazione la causa principale

 

Gli incendi in Amazzonia stanno creando allarme nella Comunità internazionale per il loro impatto globale sull’ambiente e sono al centro di uno scontro tra il Presidente francese Macron e l’omologo brasiliano Bolsonaro. Le iniziative del G7 non hanno raccolto il plauso del Presidente brasiliano che anzi ha rivendicato la sovranità di Brasilia sulla vicenda.

La foresta amazzonica continua a bruciare. Si stima che vada a fuoco l’equivalente di tre campi di calcio al minuto. Gli ambientalisti accusano gli allevatori, mentre il Presidente del Brasile Bolsonaro sostiene che i roghi siano stati appicati dalle ong ambientaliste e denuncia un complotto contro il Paese.

L’Amazzonia è anche il luogo più ricco di biodiversità sulla Terra e centinaia di migliaia di indigeni in oltre 400 tribù vivono in Amazzonia e fanno affidamento sulla foresta pluviale per sostenere le loro vite e preservare le loro culture. Molte ricerche hanno dimostrato che le pratiche di gestione indigene sono l’approccio migliore per mantenere la salute delle foreste pluviali tropicali a livello globale. Cosa c’è dietro gli incendi su larga scala che stanno colpendo la foresta pluviale amazzonica? C’è l’uomo, in particolare le grandi imprese zootecniche e agro-industriali, le cui azioni sono aggravate dai cambiamenti climatici. Risultato: solo nel corso del 2019 nella foresta pluviale amazzonica si sono registrati circa 75mila eventi incendiari, un numero record, quasi il doppio rispetto al numero d’incendi nello stesso periodo del 2018. L’istituto nazionale per la ricerca spaziale (Inpe) ha rilevato che nel mese di luglio sono stati bruciati 225mila ettari di foresta pluviale amazzonica, il triplo rispetto a quelli del luglio 2018. Da una parte quindi, ricorda l’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione ambientale, ci sono gli agricoltori e le grandi imprese zootecniche e agro-industriali che usano il metodo ‘taglia e brucia’: gli alberi vengono tagliati tra luglio e agosto, lasciati in campo per perdere umidità, poi bruciati. Quando ritorna la stagione delle piogge, l’umidità del terreno denudato favorisce lo sviluppo di vegetazione nuova per il bestiame il cui allevamento è responsabile dell’80% della deforestazione in corso nella foresta pluviale amazzonica. Una parte significativa dell’offerta globale di carne bovina, compresa gran parte dell’offerta di carne in scatola in Europa, proviene da terreni che un tempo erano la foresta pluviale amazzonica. Dall’altra parte, ci sono i cambiamenti climatici. Gli incendi sono favoriti e sostenuti dalle condizioni climatiche estreme, da ondate di calore prolungate e intense e da siccità prolungate, insolite per questa parte del mondo. Cambiando le condizioni meteo-climatiche, cambiano anche le intensità degli attacchi degli insetti, che rendono le piante più vulnerabili: i rami secchi, le piante morte e il terreno arido fanno aumentare il materiale comburente e dunque il rischio degli incendi. Le conseguenze per il resto del mondo?Ad oggi, l’Amazzonia è stata disboscata per oltre il 15% rispetto al suo stato iniziale (epoca pre-umana). Per gli scienziati, se il disboscamento dovesse raggiungere il 25%, non ci saranno abbastanza alberi per mantenere l’equilibrio del ciclo dell’acqua. La regione attraverserà un punto critico ed eventualmente evolvere verso la savana.

Si rammenta che la foresta pluviale amazzonica produce enormi quantità di ossigeno, trattiene miliardi di tonnellate di carbonio nella sua vegetazione, nella lettiera e nel suolo, che invece potrebbero ossidarsi e liberarsi in atmosfera, aumentando l’effetto serra.

Tiziana Demma


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