
L’Italia vista dall’estero tra flottiglia e frattaglie
Riflessioni di un sindacalista italiano all’estero su una classe politica divisa, una sinistra senza popolo e una destra che ha smarrito la propria identità
di Francesco Torellini – UGL Scuola Estero
Dall’estero, l’Italia appare come un Paese dove la politica ha smarrito il senso della misura.
Mentre gli italiani affrontano inflazione, precarietà e un sistema sociale sempre più fragile, il dibattito pubblico è dominato da una “flottiglia” di sedicenti pacifisti, opinionisti e moralisti da talk show che, tra un microfono e un selfie, spiegano al mondo come si costruisce la pace.
Tra questi nuovi protagonisti ci sono Alessandro Orsini e Alessandro Di Battista: due volti che, da percorsi diversi, hanno trovato nello spettacolo dell’indignazione la chiave della propria visibilità.
Orsini, dopo aver ammiccato per un periodo a chi, a destra e a sinistra, guardava con curiosità alla Russia, ha progressivamente mostrato la sua appartenenza alla sinistra più tradizionale.
La crescente aggressività dei suoi attacchi alla premier Meloni è la prova di un percorso ormai chiaro: da analista a militante televisivo, pronto a raccogliere consensi tra quanti, a sinistra, odiano più il governo che la guerra.
Di Battista ha seguito lo stesso schema, trasformando la protesta in professione e la ribellione in mestiere.
Due personaggi diversi, ma uniti da un identico destino mediatico: parlare di tutto, senza mai proporre nulla.
Nel frattempo, la sinistra italiana continua a perdere contatto con il Paese reale.
Non offre risposte a chi lavora, a chi cerca una casa, a chi vive la precarietà o la paura.
E poiché non ha più nulla da dire su ciò che accade in Italia, si aggrappa ai conflitti lontani: oggi Gaza, domani chissà.
È più facile indignarsi per la storia altrui che affrontare la propria.
Ma mentre si discute di Israele e Palestina, le nostre città restano senza sicurezza, le famiglie senza certezze e i giovani senza prospettive.
È l’ennesima fuga dalla realtà: la politica che preferisce la retorica all’azione.
Come sindacalista dell’UGL Estero ho quotidianamente contatto con migliaia di connazionali che vivono e lavorano fuori dal Paese.
Un numero sempre maggiore di italiani emigra non solo per cercare un miglior rapporto tra salario e costo della vita, ma anche perché stanco di insicurezza sociale, disservizi, burocrazia, scuole e servizi pubblici inefficienti.
Nessuno, in patria, sembra voler ascoltare o studiare i modelli dei Paesi dove il welfare funziona davvero.
È una forma di arroganza culturale che non poggia su basi reali.
Basta guardare alla Svizzera: lì tutti sono tenuti a versare contributi pensionistici, anche chi non lavora, evitando così vuoti previdenziali.
E se una persona non ha mezzi, lo Stato trova il modo di aiutarla a versarli.
Inoltre, in caso di divorzio, gli averi del secondo pilastro (previdenza professionale) maturati durante il matrimonio vengono divisi in parti uguali tra i coniugi.
In questo modo anche una donna che ha dedicato anni alla famiglia e non ha esercitato un’attività professionale mantiene una propria posizione previdenziale autonoma, costruita grazie a una ripartizione equa dei contributi.
È un sistema semplice e giusto, che tutela davvero la famiglia e garantisce dignità sociale.
In Italia, invece, continuiamo a discutere di ideologie mentre il Paese reale si svuota di giovani e di fiducia.
Io, che in tempi non sospetti ho fondato la Lista Putin per favorire l’amicizia tra i popoli ed evitare il degenerare della crisi tra NATO e Russia, non mi riconosco più nella sterile contrapposizione tra destra e sinistra.
Non credo che Giorgia Meloni rappresenti la destra: la sua è una versione aggiornata del vecchio centrismo democristiano, più attenta alla gestione del potere che all’identità sociale.
Eppure, per onestà intellettuale, riconosco che — pur con tutti i suoi limiti — la Meloni è infinitamente più solida e coerente di un’opposizione sinistrata e sterile.
Nato nella tradizione della destra sociale, guardo con interesse ai movimenti che difendono la sovranità nazionale e la dignità del lavoro, da Democrazia Sovrana e Popolare a tutte le realtà che tentano di restituire al Paese una politica autentica.
L’Italia, vista da fuori, è ancora un Paese con un popolo straordinario ma con una classe dirigente smarrita.
Tra “flottiglie” mediatiche e “frattaglie” politiche, il rischio è che resti soltanto rumore Serve tornare alla sostanza: alla politica che difende il popolo, non la propria immagine.Perché la pace, la giustizia e la sovranità non si costruiscono davanti a una telecamera, ma nella verità e nel coraggio delle scelte quotidiane.